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Affitto del negozio: quale indice ISTAT usare per l’aumento?

Adeguamento ISTAT dell’affitto commerciale: indice FOI, clausola contrattuale e controlli sul calcolo, senza confonderlo con l’inflazione generale.

La vetrina di un piccolo negozio con una chiave e un contratto in primo piano.

Per verificare l’adeguamento ISTAT dell’affitto di un negozio bisogna partire dal contratto e dall’indice FOI al netto dei tabacchi, non applicare automaticamente la percentuale di inflazione letta sui giornali. Servono anche il mese di riferimento, la quota di variazione utilizzabile e la decorrenza della richiesta.

Quale indice cercare

Istat indica il FOI al netto dei tabacchi come riferimento per le rivalutazioni monetarie, fra cui quelle dei canoni. La pagina ufficiale distingue questo indice dagli altri indicatori dei prezzi. Al momento della verifica del 16 settembre 2026 mostra ancora luglio e segnala la successiva diffusione per oggi: non riportiamo quindi un valore di agosto che non abbiamo ancora verificato. Fonte: Istat, indice per le rivalutazioni monetarie.

La data in cui esce un dato e il mese a cui si riferisce non coincidono. Un comunicato pubblicato a settembre può riguardare agosto; il contratto può richiedere un riferimento diverso. Annotare entrambi evita di scegliere semplicemente l’ultimo numero disponibile.

Che cosa verificare nella clausola

L’articolo 32 della legge 392/1978 prevede che le parti possano concordare l’aggiornamento annuale su richiesta del locatore. Per i contratti di durata non superiore a quella richiamata dall’articolo 27, pone un limite del 75% della variazione ISTAT. Durata e disciplina del contratto contano: non va presentato il 75% come una regola identica per ogni locazione. Fonte: banca dati del MEF, articolo 32.

Recupera la clausola completa, l’eventuale richiesta ricevuta e il prospetto del nuovo canone. Se percentuale o decorrenza non sono chiare, falle verificare prima di considerare definitivo l’importo. Non basta che nella comunicazione compaia la parola «ISTAT».

Un esempio solo per capire il meccanismo

Immaginiamo un canone mensile di 1.000 euro, una variazione di riferimento ipotetica del 3% e una quota applicabile del 75%, già verificata sul contratto. L’aumento dell’esempio è 1.000 × 3% × 75% = 22,50 euro; il nuovo canone sarebbe 1.022,50 euro.

Il 3% è un numero inventato per illustrare il calcolo, non il dato ISTAT di agosto 2026. Nell’applicazione concreta bisogna verificare anche quale importo usare come base: canone iniziale e canone già aggiornato non sono necessariamente intercambiabili.

I documenti da conservare insieme

Tieni nello stesso fascicolo contratto, richiesta di aggiornamento, riferimento della tabella usata e calcolo verificato. Registra il mese dal quale cambia l’uscita e mantieni separati canone, spese accessorie e altri importi eventualmente presenti nella richiesta.

Per esempio, se il pagamento aumenta anche per un conguaglio di spese, attribuire tutto all’inflazione rende difficile capire quali costi si ripeteranno nei mesi successivi. Un riepilogo con voci distinte aiuta a costruire una previsione più attendibile.

Dal conteggio alla gestione mensile

Aggiorna il promemoria interno dopo la verifica e conserva la versione precedente. Se il pagamento è ricorrente, controlla con chi lo gestisce che l’importo previsto sia coerente con quello confermato. Il nostro articolo sullo scadenzario spiega come tenere visibili importi attesi ed esiti senza perdere il riferimento ai documenti.

Scritto da Redazione ammodo, pubblicato il 16 settembre 2026.Blog

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